Autolesionismo in carcere: mettersi in contatto

Accogliere la richiesta di chi si esprime in un gesto (muto e straniero) per farsi presente a sé e agli altri

All'interno del lavoro psicologico e multidisciplinare quotidiano presso il Carcere, sulla base dell'esigenza di prevenzione e cura del fenomeno autolesionismo nel 2012 la USSD Psicologia Clinica della ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo ha promosso una ricerca-intervento sul triennio 2012-2014 volta a comprendere il fenomeno in termini quantitativi e qualitativi e tutelare il benessere dei detenuti e degli operatori. Il progetto è tuttora attivo come monitoraggio e intervento. Dopo una prima fase di studio dei dati emersi dallo studio sistematico dei dati classificati dall’Area Sicurezza come eventi critici, e delle Cartelle Cliniche ospedaliere, si sono attivati colloqui clinici come spazi ad-hoc in casi di autolesionismo, al fine di: conoscere la persona; inquadrare l'evento critico all'interno del suo percorso di vita; comprenderne le motivazioni e il significato all'interno del percorso carcerario; comprendere la richiesta espressa; elaborare con il paziente nuovi significati; avviare una riflessione su strategie diverse nella richiesta di aiuto promuovendo la possibilità di coinvolgere altre figure professionali.

Si è promosso un continuo confronto tra gli operatori delle diverse Aree (Sicurezza, Trattamentale/Educativa, Sanitaria Ospedaliera e SerD, Mediazione Culturale, Assistenza Spirituale, Scuola) per condividere: quali sono le caratteristiche numeriche e qualitative del fenomeno all'interno dell'Istituto di Bergamo? Come viene inteso l’autolesionismo? esiste un significato condiviso? come è trattato a livello sanitario? quali processi innesca, nelle diverse aree, il fenomeno? Come convergono? Quali i punti di forza/debolezza? I dati del triennio preso in esame confermano una diminuzione progressiva del numero di casi segnalati come autolesionismo ed il trend rimane di questo segno. Promuovere l’emersione della soggettualità del detenuto e lo scambio riflessivo tra i diversi operatori ha contribuito alla riduzione del fenomeno. Supportare il detenuto ad occuparsi in prima persona dell'esperienza di sé, delle relazioni che vive all'interno dell'Istituto e delle sue relazioni significative va nella linea della salute e della costruzione di un reinserimento futuro. Il gesto autolesivo è compreso come un gesto di libertà, tanto più significativo se in condizione di privazione della stessa; un gesto muto perché tentativo di mettersi in contatto con la sofferenza sperimentata che cerca nome nella speranza di controllarlo in prima persona, e di mettersi in contatto con un ascolto esterno, che comprenda, che condivida la ricerca di una soluzione vitale. Il gesto autolesivo va al di là della mera richiesta di qualcosa a scopo manipolatorio e così della lingua utilizzata: il dato culturale non esaurisce mai il significato soggettuale del gesto, poiché esso rimane straniero a chi lo incontra ma, nel suo significato profondo, anche a chi lo prova su di sé, finché compreso come soluzione (paradossale) ad una sofferenza.

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