Claudio Capobianco

Insegnante di ruolo, informatica, secondaria secondo grado
AUTOCANDIDATURA
IIS Guglielmo Marconi Civitavecchia
Istituzioni scolastiche - Università e Centri di ricerca
SITUAZIONE DI PARTENZA

Insegno informatica in un istituto tecnico di Civitavecchia, l’IIS Marconi. Prima di cominciare a lavorare come insegnante, ho fondato una startup per lo studio e l’applicazione dell’interazione uomo macchina. La startup è finita come purtroppo spesso capita: man mano che il prodotto cominciava a prendere forma e a crescere, i rapporti tra noi soci si deterioravano fino a raggiungere il punto di rottura. Quando sono diventato docente, volevo provare ad insegnare quello che a me era mancato a scuola: collaborare con i propri compagni, accettare le critiche, lavorare per un fine comune. Nei miei propositi ero stato incoraggiato dai corsi del TFA, dagli studi per l’Esame di Stato, dall’introduzione delle linee guida nazionali: competenze chiave di cittadinanza, educare al rispetto, didattica laboratoriale, imparare facendo. Ma una volta arrivato in classe ho incontrato molte difficoltà, elenco le più importanti. Mancanza di indicazioni attuative nella declinazione dei risultati di apprendimento delle linee guida: non si trovano accenni alla realizzazione di progetti collaborativi, né alle competenze che sono necessarie per realizzare un progetto completo, come lo sviluppo basato su test e strumenti per la prototipazione; questa assenza porta come conseguenza la quasi totale mancanza di questi argomenti dai libri di testo. Difficoltà nella valutazione: i voti sono sempre individuali, non ci sono strumenti per valutare l’efficacia del lavoro di gruppo, tutti i voti vengono appiattiti su un unico asse (1-10). Frammentazione delle ore: nel triennio tecnico ci sono 13 ore di informatica, tante in teoria, ma divise fra tre docenti (6+4+3 ore), con al massimo 2 ore insieme; non in tutte le ore è possibile andare al laboratorio, in classe non è possibile usare il computer, e i laboratori non sono generalmente organizzati per permettere lavoro di gruppo.

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COSA È STATO FATTO

Sono partito dal lavoro svolto dai miei colleghi negli anni passati, ho cercato un gruppo di lavoro insieme anche all’amministrazione scolastica per trovare obiettivi comuni. Il mio scopo era di creare delle buone pratiche che potessero essere valide non solo per me e i miei studenti, ma per tutte le classi della scuola e potenzialmente d’Italia. La prima necessità era uno spazio fisico adatto, che è stato possibile realizzare grazie ai fondi ministeriali del 2018 per gli ambienti innovativi che ci ha permesso di creare un laboratorio per i docenti di tutte le materie di svolgere lavori di gruppo, usando dai fogli A4 alla stampante 3D, passando per i visori di realtà virtuale. Ho adattato la metodologia Agile/Scrum che usavo nella startup per un uso scolastico, per permettere agli studenti di lavorare in gruppo in modo strutturato, evitando gerarchie e promuovendo la responsabilità di gruppo. Non trovando un programma adatto già esistente, ho sviluppato in prima persona un software open-source per la creazione di verifiche che permettesse di valutare su più assi e tenendo in considerazione gli studenti BES e DSA. Per il materiale didattico, abbiamo creato dei repository scolastici pubblicamente accessibili e basati su GitHub, per facilitare la modifica di altri docenti e l’aggiornamento. Ho collaborato con Zanichelli per la revisione di un libro di testo e ho scritto una bozza di proposta per le case editrici ed il ministero per superare il libro di testo misto a favore di aggregatori ed un sistema di licenze che permettano l’uso integrato di una molteplicità di fonti.

ADERENZA AL PREMIO

In un sistema con un’autorità centrale che regola e controlla strettamente il funzionamento di ogni parte, rompere gli schemi ha il significato proprio di spezzare i vincoli che ci costringono, per trovare qualcosa che meglio si adatta alle nostre esigenze e ai nostri principi. Ma in un sistema come il nostro attuale, decentralizzato, con periferie autonome, ogni ente regola in base alle buone intenzioni e demanda al successivo l’attuazione, secondo il principio “Nulla è impossibile per chi non deve farlo”. La difficile (spesso impossibile) attuazione delle regole viene quindi affiancata o sostituita da una prassi, più o meno esplicita. Gli enti a vario livello, non potendo esigere il rispetto delle regole, cercano di dare una forma alla prassi, più o meno consapevolmente, facendo leva su fattori come il senso di responsabilità, o sul vago requisito della passione per l’insegnamento. In questo contesto, rompere ed uscire dagli schemi credo voglia dire provare a fare quello che ci viene richiesto. Farlo con coscienza e diligenza, _con passione_ ma non _per passione_. Esigere che quello che ci chiedono sia fattibile e di avere la possibilità di contribuire affinché questo accada. Rompere gli schemi significa far funzionare bene il sistema senza aver un bisogno strutturale di super-eroi, di persone che decidono di dedicare la loro vita al lavoro: può essere utile, ma non deve essere necessario. Cerco di contribuire alla creazione degli strumenti attuativi di quello che ci viene chiesto, in maniera collaborativa, lavorando in processi che mettano le persone al centro, usando gli approcci dell’open-source. Vorrei che questo contributo, come tanti altri dei miei colleghi, possa essere preso in considerazione. In questo modo si può davvero far circolare il valore della democrazia dalle stanze del ministero e dell’INDIRE fino agli studenti, passando per gli insegnanti ed il personale amministrativo. Questo è il mio obiettivo ed il mio senso di “rompere gli schemi” ed il motivo per cui sto partecipando a questo premio.